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Nuovo ristorante "Casa mia"

La liberalizzazione di molti servizi che tradizionalmente vengono offerti solo da professionisti sta facendo crescere una nuova economia parallela. Air B&B nel settore delle strutture ricettive, Bla Bla Car e Uber nel settore dei trasporti e ora l'attività di Home restaurant, sono sicuramente un segno dei tempi e figli di quel grande motore di innovazione che sa essere internet. Ovviamente il cambiamento è sempre portatore anche di discussioni e polemiche a cui lo stato deve cercare di dare risposte con interventi normativi appropriati. E'  proprio ciò che è successo recentemente con la ristorazione casalinga. Ma dell'Home Restaurant cosa ne pensa la Crusca?

Home Restaurant: ovvero la possibilità di sentirsi emuli di Cracco, Canavacciuolo o Chef Rubio davanti ai fornelli di casa propria, offrendo al contempo la propria cucina come ristorante occasionale per amici, conoscenti e perfetti sconosciuti (viaggiatori soprattutto). La cucina rustica e indigena direttamente dalle mani di chi magari la prepara ogni giorno per sé o per la propria famiglia (magari proprio la mitica nonna!).

L'attività è stata recentemente definita dall'approvazione, per il momento data dalla Camera di un disegno di legge specifico. CI vorrà ancora tempo perchè anche il Senato dia il via libera ma intanto le linee direttrici ci sono. La regolamentazione ruota intorno a tre figure: il gestore, l'operatore cuoco e l'utente fruitore.

La prima è il gestore ovvero "il soggetto che gestisce la piattaforma digitale finalizzata all’organizzazione di eventi enogastronomici". Diverse sono i siti web dove si può accedere a questo servizio, uno tra i più famosi è certamente Gnammo totalmente made in italy come New Gusto, ma fanno parte del panorama anche Ploonge e People Cooks.

Le proposte vanno da pranzi e cene Home Food per assaporare la cucina genuina di casa, a proposte di cucina vegana, fino a veri e propri eventi speciali come la cena all’interno di un furgone Wolkswagen o sotto le stelle, per finire con cene abbinate a corsi di cucina e showcooking.

In genere permettono anche, tramite dei motori di ricerca interni, di individuare i profili dei nostri ospiti ideali in base al titolo professionale, alle competenze e alla localizzazione geografica.

Inutile dire che la possibilità di connessione e di gestione di dati offerta da internet offre spunti e abbinamenti interessanti.

Gnammo permettedi riunire la passione per la cucina a quella per le cause sociali con periodi in cui donare parte del ricavato in beneficenza.

E se i soldi sono il vostro problema? Allora ecco che corre in vostro aiuto People Cooks grazie al quale potete gustare cucina casalinga low cost, un pasto infatti non può costare più di 6 euro.

Il gestore ovviamente ha precise responsabilità rispetto alle altre figure:

  • deve tracciare e registrare tutte le informazioni importanti dgli eventi
  • deve gestire i dati nel rispetto delle normative pertinenti come la privacy
  • deve registrare e conservare lo storico degli eventi anche di quelli annullati o di mancata realizzazione
  • verifica le credenziali richieste dell' "operatore cuoco"
  • fornisce al fruitore informazioni trasparenti

Una delle credenziali volute dalla legge è una polizza assicurativa che deve avere il cuoco, una responsabilità civile per i danni che è possibile causare a terzi con la propria opera. Una sorta di assicurazione professionale se volete, di certo un onere ma anche una importante tutela nei confronti dei fruitori.

Le informazioni dovranno essere tenute a disposizione per gli organi di controllo che dovranno infatti essere informati degli appartamenti registrati per questo tipo di servizi.


Non tutto è home restaurant però. Se l’utente operatore cuoco organizza un numero di eventi enogastronomici in un anno solare inferiore a cinque e a cinquanta pasti totali e se l’unità abitativa in cui si svolge l’evento viene utilizzata nel corso di un anno solare per un numero di volte inferiore a cinque, l’attività è di social eating e non sono richiesti requisiti particolari.

Alcuni dei limiti che definiscono l'attività vanno un po' stretti al popolo del social eating. Un home restaurant non può superare il limite di cinquecento coperti per anno solare. Tale limite è considerato per unità immobiliare utilizzata o per operatore cuoco, cioè la seconda figura definita dalla legge.

Ovviamente la legge chiede assicurazioni anche sugli immobili in cui gli eventi vengono organizzati che devono avere le appropriate caratteristiche igieniche e di abitabilità e non devono essere immobili in locazione per periodi inferiori ai 30 giorni. La cosa più rilevante è tuttavia che non devono essere unità abitative usate per attività ricettivo-turistiche in forma non imprenditoriale. Non è quindi possibile creare un ibrido Air B&B / Social eating per offrire il meglio dei due mondi, anche questo punto ha deluso molti dei sostenitori dell'home restaurant.

Ma quali sono i doveri e le responsabilità della terza figura, l'utente usufruitore? Beh sostanzialmente nessuna, si tratta di comportarsi bene, registrarsi e gradire i pasti, semplice no?

Cucina sporca

Ultimo ma di certo non per importanza un requisito richiesto a qualsiasi attività che si occupa di ristorazione e somministrazione: il rispetto delle buone pratiche di lavorazione e dell'igiene. 

L'argomento non è di quelli da poco in realtà e meriterà una riflessione più approfondita quando uscirà il decreto del Ministero della Salute che dovrà dettare le regole a cui gli operatori cuochi dovranno attenersi e, presumibilmente, i gestori verificare.

Una cucina di casa presenta problematiche di sanificazione maggiori rispetto ad un'attività alimentare per la struttura e concezione che preferisce design a funzionalità, per i materiali che non possono spesso competere con la garanzia che offre l'acciaio inox, con le attrezzature che per quanto buone non sono pensate per un uso "professionale". 

Non aiuta poi a mio parere anche la dimensione raccolta e più informale dell'attività, che favorisce la sottovalutazione dei pericoli

e il minor rigore nell'applicare regole, procedure, prassi che anche nella ristorazione commerciale faticano ancora ad essere applicate in pieno e con convinzione. Non si tratta certo di problemi insuperabili, ma di questioni che saranno al centro del dibattito futuro su questo nuovo tipo di attività alimentare, destando probabilmente polemiche e discussioni infinite.

Una controversia di sicuro rimarrà nell'aria anche dopo che l'azione normativa avrà consolidato questa nuova attività: quella sul nome da darle. Secondo la prestigiosa Accademia della Crusca infatti l'idea di definire nella legge con un termine inglese una delle attività per le quali l'Italia è maggiormente famosa, sarebbe un po' uno scivolone. Il legislatore avrebbe dovuto magari sforzarsi un po' di più, certo che il termine alternativo suggerito, "ristorante domestico", risulta però mai come in questo caso un po' insipido!

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